Oggi ho (forse) capito cos’è che spesso scatena la mia più alta forma di ribellione nei confronti degli altri. Avere un problema che non è riconosciuto dagli altri. In particolare da chi mi sta vicino. Peggio ancora se chi sta vicino minimizza. Forse non è tanto avere accanto persone che in un modo o nell’altro non riescono a capire un problema perché non l’hanno mai vissuto come tale o non riguarda la loro sfera di comportamento. La cosa più angosciante è avere persone che sembrano “coprire” il problema e quindi non possono vederlo perché in qualche modo spendono o hanno speso energie per mascherarlo. Magari è un comportamento che spesso e volentieri teniamo un po’ tutti….non nessariamente con intenti così negativi, ma…ecco essere angosciati e avere qualcuno vicino che non percepisce il problema (anche se da qualche parte noi riteniamo che dovrebbe essere in grado di farlo…) sembra essere quanto di più disperatamente irritante possa esserci. Perché la sensazione di solitudine di fronte al problema è in questo caso irrimediabile.
Non so se cercare di capire cosa determini questo atteggiamento in quelli che in questa circostanza sono “gli altri” (e in me quando gioco il ruolo inverso…) sia più proficuo di capire cosa accade in me in questi momenti. Sono due strade diverse che alla fine possono condurre in posti molto prossimi, almeno questo accade spesso.
Ma visto che si può fare tutto…e il contrario di tutto proverò a seguirle entrambe.
Un problema che non deve esistere in generale è un problema è un problema che mette in gioco qualcosa di noi. Responsabilità, colpe, che ci sminuisce. Se da un mio problema automaticamente l’altro si attribuisce delle colpe difficilmente riuscirà a percepirlo perché le sue difese sono volte a negare il problema in sé. Ovviamente non sto parlando del problema in sé, ma dell’accoglienza del problema. E allora come è possibile (se questo è l’unico modo percepito) far accogliere in questi casi un problema? Intanto mi verrebbe da dire che l’unico stratagemma sarebbe di mascherarlo. Ma poi c’è un altro aspetto in gioco: non sono così sicuro di non penare anch’io ad una responsabilità dell’altro nel mio problema..(ecco che le due strade cominciano a convergere…). Sembrerebbe che per poter sentire una persona a fianco a me nel cercare di risolvere un problema dovrei come prima cosa svincolarlo dalla sua responsabilità. E’ possibile sezionare il problema in modo tale da cercare di fornirne almeno una parte “pulita” all’altro?
mercoledì 18 maggio 2005
domenica 15 maggio 2005
fiori e bambini
...for the children and the flowers are my sisters and my brothers… (Rhymes & Reasons)
Pensavo l’altro giorno al fatto che spesso i bambini hanno dei comportamenti così schietti e spontanei che ci commuovono profondamente per la loro tenerezza. Spesso questi comportamenti si manifestano prima come una novità (la prima volta che un bambino, nel crescere, dice una frase o assume un’espressione…) e poi come un’abitudine. La prima volta colpisce tantissimo come un tesoro nascosto. Se ne percepisce un valore nascosto dovuto alla sua originalità. E’ normale. Ridiamo, ci commuoviamo, stimola la nostra tenerezza nei loro confronti. Poi, quando continuiamo a rivivere questa situazione la facciamo più nostra (nostra nel senso di noi e di lui/lei), ci continua a far sorridere, a piacere ad apprezzarla ma non ne viviamo più l’aspetto di occasionalità che la rendeva così esclusiva. Ma non scompare, non diventa trasparente, semplicemente inizia a circondarci. Ecco quindi che un altro elemento di novità ripeterà questo percorso.
Vedere crescere un bambino è un continuo di queste situazioni: la prima volta che dice qualcosa, o compie un passo è sempre un evento ma anche qualcosa di meno eclatante ci può entusiasmare ancora di più. Questa situazione mi ricorda moltissimo qualcosa che si manifesta nella natura. Un prato verde mostra un fiore isolato. Ne cogliamo tutta la poesia, ci attira, vorremmo tenerlo per noi (se non addirittura coglierlo) insomma ci commuove. Poi, camminando oltre per quel prato scopriamo che ci sono decine di quei fiori più avanti, oppure man mano che avanza la stagione il fiore pioniere diventa uno dei tanti. Allora ci spostiamo a vivere non più il fiore isolato ma il prato fiorito. E così via nuovi fiori isolati e un prato fiorito sempre in maniera diversa.
Chissà... forse per amare qualcosa dobbiamo prima viverlo nella sua esclusività e poi farlo nostro vivendone la presenza intorno a noi.
venerdì 13 maggio 2005
L’aulin
L’aulin è un anitinfiammatorio che tra l'altro è efficace contro il mal di testa.
Ha un principio attivo che – non sparei dire in che modo – opera in modo tale da risolvere queste situazioni (almeno con me funziona).
Ma se io ho un forte mal di testa, decido di assumere questo farmaco e dopo pochi minuti noto un’attenuazione del dolore sorge un forte sospetto che qualcosa non torni.
Sto parlando di un effetto diciamo placebo ma un pochino più sottile. Effettivamente il miglioramento può essere dovuto non tanto all’assunzione del principio attivo quanto al sapere (perché già successo in passato) che quel principio attivo produce un certo effetto.
Cambia molto? Non troppo: il farmaco fa il suo effetto anche se non in maniera “diretta” ma piuttosto “indiretta” (se così vogliamo dire).
Ora mi chiedo: quante cose hanno questo comportamento?
E’ sempre così facile discernere tra l’effetto causato da un “rimedio” rispetto a quello causato dal “sapere che si sta applicando un rimedio?”
Ha un principio attivo che – non sparei dire in che modo – opera in modo tale da risolvere queste situazioni (almeno con me funziona).
Ma se io ho un forte mal di testa, decido di assumere questo farmaco e dopo pochi minuti noto un’attenuazione del dolore sorge un forte sospetto che qualcosa non torni.
Sto parlando di un effetto diciamo placebo ma un pochino più sottile. Effettivamente il miglioramento può essere dovuto non tanto all’assunzione del principio attivo quanto al sapere (perché già successo in passato) che quel principio attivo produce un certo effetto.
Cambia molto? Non troppo: il farmaco fa il suo effetto anche se non in maniera “diretta” ma piuttosto “indiretta” (se così vogliamo dire).
Ora mi chiedo: quante cose hanno questo comportamento?
E’ sempre così facile discernere tra l’effetto causato da un “rimedio” rispetto a quello causato dal “sapere che si sta applicando un rimedio?”
martedì 10 maggio 2005
La teoria del delta
Una teoria del delta l’ho inventata io. Non ha molta importanza se magari qualcun altro ha detto le stesse cose in forma diversa o nanche ella stessa forma. Intanto io ne ho inventata una, e proprio perché l’ho inventata io c’è una discreta possibilità che sia una grande stupidaggine!
Pensavo che l’uomo non ha il concetto dell’assoluto. Pure il nostro assoluto è sempr e un relativo.
E questa può essere una banalità.
Nel senso che ogni misura che facciamo sappiamo essere un confronto con un modello che è l’unità di misura. Può essere un’unità di misura conservata a Sevrés nel museo rispettivo oppure un modello riproducibile sperimentalmente. La cosa è stata ben architettata, ma questo confronto per noi dà sempre un concetto di assoluto che assoluto non è. La temperatura assoluta è sempre un confronto con una temperatura quindi è relativa e via dicendo.
Se questa cosa vale per ciò che è “fisico” cioè per ciò che percepiamo esternamente non potrebbe essere valida anche per ciò che percepiamo “internamente”?
E se non esistesse il bello e il brutto, il bene e il male ma solo un “meglio” e un peggio?
E allora quale sarebbe il senso di questi termini?
Intanto l’attenzione nostra si sposta su un altro concetto: il confronto. Senza confronto siamo spiazzati. Senza confronto non esiste nulla. La vita è confronto.
Pensavo che l’uomo non ha il concetto dell’assoluto. Pure il nostro assoluto è sempr e un relativo.
E questa può essere una banalità.
Nel senso che ogni misura che facciamo sappiamo essere un confronto con un modello che è l’unità di misura. Può essere un’unità di misura conservata a Sevrés nel museo rispettivo oppure un modello riproducibile sperimentalmente. La cosa è stata ben architettata, ma questo confronto per noi dà sempre un concetto di assoluto che assoluto non è. La temperatura assoluta è sempre un confronto con una temperatura quindi è relativa e via dicendo.
Se questa cosa vale per ciò che è “fisico” cioè per ciò che percepiamo esternamente non potrebbe essere valida anche per ciò che percepiamo “internamente”?
E se non esistesse il bello e il brutto, il bene e il male ma solo un “meglio” e un peggio?
E allora quale sarebbe il senso di questi termini?
Intanto l’attenzione nostra si sposta su un altro concetto: il confronto. Senza confronto siamo spiazzati. Senza confronto non esiste nulla. La vita è confronto.
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