sabato 12 novembre 2005

11/11

11/11: è una data che in passato, un bel po’ passato…per me voleva dire qualcosa.
Era infatti il compleanno di una ragazza di cui mi ero innamorato e a cui mi ero anche dichiarato ma di cui ho poi perso (volontariamente e quasi inspiegabilmente) i contatti.
Questo mio particolare comportamento ha fatto sì che rimanesse in me una sorta di discorso aperto… e la persona, lei, è cresciuta.
Ed è cresciuta in due strade distinte: la mia e la sua….
La mia è la crescita del mio ricordo: il modo in cui fantastico possa essere oggi, inevitabilmente molto simile ad allora, con lo stesso fascino, la stessa grazia, lo stesso entusiasmo.
L’altra strada è la sua che non conosco e probabilmente non conoscerò mai.
Sarei molto curioso di confrontare le due strade ma forse è giusto che rimangano così, verso due direzioni sconosciute.

mercoledì 5 ottobre 2005

Simona

Ieri tornavo per lavoro da Pisa con il treno delle 19. Avevo come al solito il biglietto di 1^ classe e la prenotazione per un posto vicino al finestrino. Quando prenoto, scelgo rigorosamente posti vicino al finestrino: per me è quasi essenziale questo collegamento con l’ambiente circostante e poi adoro il paesaggio in generale.
Però il mio posto apparteneva ad un gruppo di quattro i cui restanti tre erano già occupati da un gruppo di persone abbastanza piene di bagagli. Ho deciso così di spostarmi verso un posto libero più avanti.
Anche questo posto era al finestrino, ma dalla parte opposta della corsia così che aveva solo un posto - vuoto anch’esso- di fronte.
Ho trafficato un bel po’ con il tavolino che si era inceppato e alla fine sono riuscito a tirarlo fuori con discreta fatica. Ho posato il portatile sopra, ho inserito le cuffie, e mi sono preparato alla visione di un film:“The Game”.
Senza l’alimentazione, la batteria del mio portatile avrebbe resistito per un’ora e mezza…più o meno…, le altre due ore ero scoperto. Pazienza…avevo la “Settimana Enigmistica”..

“E’ libero?”
Una ragazza molto giovane , leggermente trafelata. Con un po’ di bagagli al seguito.
“Prego” ho risposto con un tono un po’ troppo ossequioso che tradiva (magari solo per me) la mia soddisfazione.
Lei ha sorriso e ha cominciato a posare i vari oggetti che portava con sé. Si è seduta sopra ad una busta e ad “alta voce” ha detto “l’ho schiacciata!”.
“Mannaggia!” ho risposto sorridendo.
Il film stava per cominciare sul mio PC dopo varie operazioni di caricamento del file, ma ho deciso di posticipare la visione. Ho richiuso il monitor e mi sono messo a fare la Settimana enigmistica. La ragazza ha cominciato a fare un po’ di telefonate con il suo cellulare ed ha posato degli appunti sul tavolino. Per me era impossibile non seguire totalmente la sua conversazione anche perché ero incredibilmente orientato con l’attenzione verso di lei come un ago di una bussola che, seppure distolto delle scosse che riceve, ritorna imperterrito ad allinearsi verso il nord.
Parlava con persone di cui aveva trovato il numero di telefono da qualche parte relativamente a testi universitari che probabilmente doveva comprare usati oppure voleva cambiare.
Si chiamava Simona.
Aveva un forte accento toscano e tutta la sua aria sprizzava una caratteristica che sembra difficile poter racchiudere in una parola: ma era spontaneità.
Aveva i capelli abbastanza corti e gli occhi leggermente affusolati. Non era truccata o forse lo era in maniera impercettibile. I lineamenti semplici: non era bella ma graziosa.
Vestiva una t-shirt un po’ sfiziosa con dei laccetti metallici di colore arancione e verde, dei pantaloni sportivi di tela leggera verde militare e delle scarpe da ginnastica ugualmente verde e arancione. Ero attratto da quell’accostamento deciso e armonioso e ho notato come – chissà perché – perfino la penna bicolore che usava nel prendere appunti aveva gli stessi colori..
Dopo queste telefonate ha preso a studiare degli appunti che aveva su un quadernone. Non capivo se si trattava di chimica, analisi o cos’altro ma c'erano binomi ed esponenti che mi suonavano familiari.
Intrecciavamo a volte gli sguardi e accennavamo a dei sorrisi, subito ritratti: che strano gioco! A volte la osservavo riflessa sul vetro del finestrino ma lei riusciva a percepire la mia intenzione e io distoglievo lo sguardo intimidito.
Avevo l’impressione che trasudavamo entrambi una voglia di parlare ma le parole rimanevano quasi soffocate leggermente sotto un invisibile strato. Mancava un pretesto? Forse anche se ci fosse stato la conversazione poteva comunque affogare.
Mancava piuttosto qualcosa che facesse emergere le parole al di sopra del pelo dell’acqua.
Anzi sembrava ora che il tacere fosse la vera forzatura.
Sapevo che c’era per me il rischio più che reale di poter soffrire dopo di quella sensazione di incomunicabilità (sono fatto così…) ma per fortuna sentivo che le parole che mancavano stavano lentamente risalendo e forse affiorando.
E il pretesto è arrivato: ha messo via il quadernone rassegnata dal fatto che non riusciva a capire un passaggio.
“A quest’ora è troppo difficile” ho esordito io senza grande sforzo.
E da lì è partita la conversazione, semplicissima. Mi sentivo molto libero, nel parlare con lei non dovevo forzare aspetti particolari di me. Era iscritta al primo anno di ingegneria , abitava a Grosseto, faceva ancora su e giù da Pisa, cercava una sistemazione lì.
Parlavo pochissimo di me, ho detto solo che ero ingegnere e che lavoravo nel settore informatico da qualche anno.
Per il resto era lei a raccontarmi di sé. A volte il suo approccio poteva apparire quasi superficiale ma poi mi sono accorto che in realtà ciò era dovuto al fatto che nel parlare seguiva i suoi pensieri con estrema libertà e anzi apprezzavo questa sua schiettezza genuina.
E’ curioso e divertente pensare come la sua estrema semplicità fosse probabilmente la particolarità che mi attraeva di più.
Abbiamo parlato quasi sempre di lei, dell’università di Pisa, del fatto che ancora non aveva preso la patente, del padre che faceva il macchinista di treni… Poi è scesa a Grosseto e mi ha salutato allegramente dandomi la mano, io le ho augurato buona fortuna.
Avevamo condiviso con piacere un’ora insieme e sono rimasto con la sensazione di aver scambiato qualcos’altro al di sotto della nostra comunicazione....
Ma non so bene cosa…



martedì 20 settembre 2005

Il nostro incastro

I problemi rendono la nostra vita corrugata. E proprio in questo modo – similmente a dei pezzi meccanici o a dei sassi di forma irregolare- ci permettono di far presa gli uni con gli altri e al mondo che ci circonda.
Se non ci fossero problemi la nostra superfice sarebbe liscia, regolare, scivolosa…potremmo anche aderire a qualcosa o qualcuno ma solo se liscio e conformato alla nostra sagoma. Diversamente forniamo punti d’appiglio, di attrito e come tali contribuiamo a formare un bello e strano conglomerato…

Che sia chiama universo…

mercoledì 18 maggio 2005

I Problemi

Oggi ho (forse) capito cos’è che spesso scatena la mia più alta forma di ribellione nei confronti degli altri. Avere un problema che non è riconosciuto dagli altri. In particolare da chi mi sta vicino. Peggio ancora se chi sta vicino minimizza. Forse non è tanto avere accanto persone che in un modo o nell’altro non riescono a capire un problema perché non l’hanno mai vissuto come tale o non riguarda la loro sfera di comportamento. La cosa più angosciante è avere persone che sembrano “coprire” il problema e quindi non possono vederlo perché in qualche modo spendono o hanno speso energie per mascherarlo. Magari è un comportamento che spesso e volentieri teniamo un po’ tutti….non nessariamente con intenti così negativi, ma…ecco essere angosciati e avere qualcuno vicino che non percepisce il problema (anche se da qualche parte noi riteniamo che dovrebbe essere in grado di farlo…) sembra essere quanto di più disperatamente irritante possa esserci. Perché la sensazione di solitudine di fronte al problema è in questo caso irrimediabile.
Non so se cercare di capire cosa determini questo atteggiamento in quelli che in questa circostanza sono “gli altri” (e in me quando gioco il ruolo inverso…) sia più proficuo di capire cosa accade in me in questi momenti. Sono due strade diverse che alla fine possono condurre in posti molto prossimi, almeno questo accade spesso.
Ma visto che si può fare tutto…e il contrario di tutto proverò a seguirle entrambe.
Un problema che non deve esistere in generale è un problema è un problema che mette in gioco qualcosa di noi. Responsabilità, colpe, che ci sminuisce. Se da un mio problema automaticamente l’altro si attribuisce delle colpe difficilmente riuscirà a percepirlo perché le sue difese sono volte a negare il problema in sé. Ovviamente non sto parlando del problema in sé, ma dell’accoglienza del problema. E allora come è possibile (se questo è l’unico modo percepito) far accogliere in questi casi un problema? Intanto mi verrebbe da dire che l’unico stratagemma sarebbe di mascherarlo. Ma poi c’è un altro aspetto in gioco: non sono così sicuro di non penare anch’io ad una responsabilità dell’altro nel mio problema..(ecco che le due strade cominciano a convergere…). Sembrerebbe che per poter sentire una persona a fianco a me nel cercare di risolvere un problema dovrei come prima cosa svincolarlo dalla sua responsabilità. E’ possibile sezionare il problema in modo tale da cercare di fornirne almeno una parte “pulita” all’altro?

domenica 15 maggio 2005

fiori e bambini


...for the children and the flowers are my sisters and my brothers… (Rhymes & Reasons)

Pensavo l’altro giorno al fatto che spesso i bambini hanno dei comportamenti così schietti e spontanei che ci commuovono profondamente per la loro tenerezza. Spesso questi comportamenti si manifestano prima come una novità (la prima volta che un bambino, nel crescere, dice una frase o assume un’espressione…) e poi come un’abitudine. La prima volta colpisce tantissimo come un tesoro nascosto. Se ne percepisce un valore nascosto dovuto alla sua originalità. E’ normale. Ridiamo, ci commuoviamo, stimola la nostra tenerezza nei loro confronti. Poi, quando continuiamo a rivivere questa situazione la facciamo più nostra (nostra nel senso di noi e di lui/lei), ci continua a far sorridere, a piacere ad apprezzarla ma non ne viviamo più l’aspetto di occasionalità che la rendeva così esclusiva. Ma non scompare, non diventa trasparente, semplicemente inizia a circondarci. Ecco quindi che un altro elemento di novità ripeterà questo percorso.
Vedere crescere un bambino è un continuo di queste situazioni: la prima volta che dice qualcosa, o compie un passo è sempre un evento ma anche qualcosa di meno eclatante ci può entusiasmare ancora di più. Questa situazione mi ricorda moltissimo qualcosa che si manifesta nella natura. Un prato verde mostra un fiore isolato. Ne cogliamo tutta la poesia, ci attira, vorremmo tenerlo per noi (se non addirittura coglierlo) insomma ci commuove. Poi, camminando oltre per quel prato scopriamo che ci sono decine di quei fiori più avanti, oppure man mano che avanza la stagione il fiore pioniere diventa uno dei tanti. Allora ci spostiamo a vivere non più il fiore isolato ma il prato fiorito. E così via nuovi fiori isolati e un prato fiorito sempre in maniera diversa.
Chissà... forse per amare qualcosa dobbiamo prima viverlo nella sua esclusività e poi farlo nostro vivendone la presenza intorno a noi.



La perfezione

L’unica perfezione è l’armonia dell’imperfezione.
Bé, per oggi punto e basta.

venerdì 13 maggio 2005

L’aulin

L’aulin è un anitinfiammatorio che tra l'altro è efficace contro il mal di testa.
Ha un principio attivo che – non sparei dire in che modo – opera in modo tale da risolvere queste situazioni (almeno con me funziona).
Ma se io ho un forte mal di testa, decido di assumere questo farmaco e dopo pochi minuti noto un’attenuazione del dolore sorge un forte sospetto che qualcosa non torni.
Sto parlando di un effetto diciamo placebo ma un pochino più sottile. Effettivamente il miglioramento può essere dovuto non tanto all’assunzione del principio attivo quanto al sapere (perché già successo in passato) che quel principio attivo produce un certo effetto.
Cambia molto? Non troppo: il farmaco fa il suo effetto anche se non in maniera “diretta” ma piuttosto “indiretta” (se così vogliamo dire).
Ora mi chiedo: quante cose hanno questo comportamento?
E’ sempre così facile discernere tra l’effetto causato da un “rimedio” rispetto a quello causato dal “sapere che si sta applicando un rimedio?”

martedì 10 maggio 2005

La teoria del delta

Una teoria del delta l’ho inventata io. Non ha molta importanza se magari qualcun altro ha detto le stesse cose in forma diversa o nanche ella stessa forma. Intanto io ne ho inventata una, e proprio perché l’ho inventata io c’è una discreta possibilità che sia una grande stupidaggine!
Pensavo che l’uomo non ha il concetto dell’assoluto. Pure il nostro assoluto è sempr e un relativo.
E questa può essere una banalità.
Nel senso che ogni misura che facciamo sappiamo essere un confronto con un modello che è l’unità di misura. Può essere un’unità di misura conservata a Sevrés nel museo rispettivo oppure un modello riproducibile sperimentalmente. La cosa è stata ben architettata, ma questo confronto per noi dà sempre un concetto di assoluto che assoluto non è. La temperatura assoluta è sempre un confronto con una temperatura quindi è relativa e via dicendo.
Se questa cosa vale per ciò che è “fisico” cioè per ciò che percepiamo esternamente non potrebbe essere valida anche per ciò che percepiamo “internamente”?
E se non esistesse il bello e il brutto, il bene e il male ma solo un “meglio” e un peggio?
E allora quale sarebbe il senso di questi termini?
Intanto l’attenzione nostra si sposta su un altro concetto: il confronto. Senza confronto siamo spiazzati. Senza confronto non esiste nulla. La vita è confronto.