sabato 30 settembre 2006

Giudizio e libertà

A volte si può raggiungere un certo momento.
In cui tutte le persone che ci circondano sembrano essere così differenti tra loro, da essere simili a singole pennellate di una grande e meravigliosa tela. E così sembra assolutamente improprio qualsiasi confronto. Perché non è possibile stabilire quale pennellata è più importante di un’altra dentro ad un quadro.
Ma c’è di più: le singole persone sono anche come componenti diversissime di un grande paesaggio. Ed a questo punto non è possibile dire chi è migliore di un altro… sarebbe come confrontare una quercia con una rosa. O una collina con uno steccato.
Non voglio dire che tutto sia così perfettamente armonico.
Ci sono persone che evocano in noi solo sensazioni sgradevoli, negative.
Ma nonostante questo accada e continui ad accadere anche quando si raggiunge questo momento,- non ci si sente più migliori di loro. O comunque non lo si pensa. Perché si capisce che fanno parte anche loro di un meccanismo di contrapposizione che permette l’armonia di quel paesaggio.
Forse la loro presenza è indispensabile quanto quella delle persone che invece ci risvegliano le migliori sensazioni.
La cosa più interessante a cui si può arrivare è la sensazione che “hanno un senso” anche i delinquenti, gli assassini, gli stupratori o quanto di peggio esista sulla faccia della terra.
Cioè la consapevolezza che essi non sono “peggior”i di noi.
Se questo pensiero ci spaventa o ci riempie di disappunto allora vuol dire che ancora non abbiamo capito. Perché significa che stiamo ancora confrontando loro con noi. Ovvero che stiamo “giudicando”
Vogliamo fare un esempio più concreto? Se anziché trattarsi di quelle persone intorno a noi parlassimo di un lupo, o un albero che cade sopra ad una persona, o un fulmine che si abbatte su qualcuno saremmo sicuramente più indulgenti.
Perché le sciagure che comporterebbero non ci apparirebbero come nefandezze.
Ma a pensarci bene siamo veramente sicuri che cambia qualcosa?
L’effetto potrebbe essere lo stesso: ogni sciagura spesso si può ricondurre ad una nostra – magari inevitabile – inadeguatezza nel comprendere un fenomeno e, conseguentemente, tutelarci, così può accadere per le persone.
Voglio dire che, conoscendo la fisica dei fulmini, l’uomo è riuscito in parte a tutelarsi costruendo parafulmini. Poi magari non è risucito a prevedere con certezza le condizioni per cui un fulmine si abbatta su una persona per cui ancora si verificano casi di folgorazioni.
Magari in un futuro miglioreremo anche su questo ma intanto siamo in grado –anche se ovviamente con difficoltà per chi ne è interessato da vicino – di accettare situazioni di questo genere.
La stessa cosa per un animale feroce: sappiamo che una tigre può sbranare e abbiamo sviluppato delle armi per difenderci da ciò. Accettiamo che la tigre possa sbranare perché sappiamo che fa parte di un ecosistema e che la tigre sbrana per sopravvivere.

Per le persone invece pensiamo differentemente.
Perché non comprendiamo perché una persona possa e debba comportarsi in un modo che noi definiamo – molto probabilmente a ragione - “disumano” nei casi di grandi scelleratezze e vorremmo – magari inconsciamente – l’eliminazione di questo aspetto che ci disturba di più. Perché – secondo me – confrontiamo troppo quella persona con noi.
Se pensassimo che quella persona è molto, troppo diversa da noi forse ci verrebbe più voglia di capirla, di vivere le sue scelleratezze con la stessa tristezza con cui assistiamo ad una sciagura naturale e con la voglia di far sì che questo non accada mai più. Ma certo non è eliminando tutte le tigri o radendo al suolo tutti gli alberi o levando tutte le nuvole che si ottiene ciò ma intervenendo – dove possibile – direttamente con le nostre capacità.

Ed allora qualsiasi forma di soluzione non avrebbe mai il senso di una vendetta ma solo il senso di una nostra tutela e di un tentativo di armonizzare noi e loro.

Se incarcerare una persona è l’unico strumento che in quel momento si ha per garantire l’incolumità di altre persone allora quella è l’unica soluzione più saggia da prendere, ma dovremmo pensare sempre che stiamo mettendo in gabbia comunque un elemento straordinario di un paesaggio. E che quella può essere l’unica soluzione e quindi “facciamo bene”: in poche parole ne siamo costretti. Ma dovremmo fare di tutto perché possa essere ripristinata l’armonicità del paesaggio.

Certo, tutto questo si basa su un concetto che può essere condivisibile o meno: che ognuno di noi ha comunque delle straordinarie capacità: ogni colore ci serve per comporre un paesaggio ma a seconda di come viene spennellato e di dove viene messo può comporre un paesaggio più o meno armonioso. L’unica cosa che possiamo fare è comprendere qual è in ogni momento la posizione del nostro colore che compone il migliore paesaggio.

Invece c’è un rischio: quello di confondere le persone con ciò che tali persone comportano per noi. Quando identifichiamo una persona con del male (che noi conosciamo perché è comunque presente dentro di noi) allora evidentemente rischiamo di non riuscire a fare veramente ciò che sarebbe più opportuno perché stiamo lavorando per noi, non per il paesaggio.

Quando si è liberi dal concetto di “libero arbitrio” si riesce – a mio avviso – veramente ad amare. Non è una casualità secondo me il fatto che si riesce ad amare in maniera incondizionata più facilmente un bambino che un adulto.
Perché riteniamo che la capacità decisionale di un bambino sia estremamente inferiore a quella di un adulto.
Mi verrebbe da pensare invece esattamente il contrario: un bambino sa cosa vuole perché è a diretto contatto con le sue esigenze ed i suoi desideri.
Per contro un adulto è condizionato da tutte le sovrastrutture che sono state inserite dentro di lui Ogni suo comportamento può essere condizionato dalla sua storia personale. Può provare sensazioni di invidia, gelosia etc… per tutta una serie di vissuti e ciò può condizionare tutte le sue decisioni.
E questa persona la chiamiamo “libera”?
Forse una persona comincia a diventare libera quando si “accorge” di essere prigioniera.
Allora è veramente libera dal concetto di colpa. Può accettare ed ammirare la propria condizione. Detta così sembra una follia, lo so. Però è veramente bello osservare le montagne, le spiagge incantevoli o degli splendidi tramonti.
Che hanno una loro vita e sono un concentrato di presenza divina.
Non potrebbe essere altrettanto bello osservare noi – per primi – e comprendere l’armonia in cui siamo inseriti?
Allora magari ci vedremmo cambiare, migliorare e via dicendo senza che ciò rappresenti un merito per noi. Ci sentiremmo cullati dentro ad un ambiente fatto a posta per noi.
Non sarebbe bellissimo?

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