venerdì 31 marzo 2006

Le ferite

Sentivo parlare due persone delle cosiddette “ferite” interne. Ognuno lamentava di portare dentro di sé tracce di ferite ricevute da persone presumibilmente amate e successivamente apportatrici di “tradimenti”.
Allora ho pensato – e stavo anche dicendolo ma poi mi sono interrotto – che le ferite (tutte) hanno un senso…un’utilità.
Infatti ci fanno vedere cosa c’è dentro di noi. Ci permettono di controllare che siamo ancora vivi, che scorre del sangue dentro di noi.
E’ un po’ come un vulcano che testimonia – nonostante una sua possibile tragica potenza devastativa- una vita all’interno di ciò che – visto dall’esterno – può apparire come qualcosa di inerte.
Facile a dirsi quando si osserva un vulcano da lontano, non quando si sta nella sua gittata.
Ovvio.
E comunque una ferita per guarire deve aprirsi e stare a contatto con l’esterno.
Così si cicatrizza e si cura. Le ferite più pericolose sono quelle nascoste, quelle che non riescono ad arrivare alla superficie. Quelle che nascondono lacerazioni interne ma non fanno sgorgare sangue.
Quindi sarebbe buono se si riuscisse a far arrivare in superficie sempre tutte le ferite che si hanno.
E anche piangere quando occorre.
Perché non riusciamo più a piangere con facilità quando siamo adulti?
Il bambino non ha di questi problemi. Forse per lui dentro e fuori sono la stessa cosa?
Forse sì.
Se piange dentro, piange fuori…Noi invece piangiamo dentro – a volte – e non permettiamo a questa ferita di uscire, essere curata e rimarginarsi.
Allora se riuscissimo a piangere forse saremmo anche capaci di farci curare e – magari con un po’ di fortuna – anche di apprezzare le funzioni delle ferite (sporadiche e limitate…ovviamente!).

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