Ho approfittato dell’influenza che quest’anno mi ha preso in forma abbastanza pertinace per terminare il libro di Tiziano Terzani “La fine è il mio inizio”. Il libro mi è piaciuto moltissimo. Alcune riflessioni hanno avviato altre considerazioni dentro di me.
Una di queste è quella che ora, in maniera probabilmente provvisoria, mi piace chiamare la “terza strada”.
Infatti si ha la percezione che la via sulla quale un po’ tutti (occidentali) siamo incanalati è una via che tende a svalutare l’interiorità dell’uomo. Possiamo chiamarlo consumismo, materialismo, americanismo, quello che ci pare, però intanto la percezione che si ha è che l’uomo ha sempre meno tempo da dedicare alla propria interiorizzazione e, conseguentemente, alla propria spiritualità (intesa in senso largo) ovvero al proprio “spessore”. E’ stordito e trascinato via dal vortice di ansie generate dall’ambiente che lo circonda e dal quale sfuggire è forse troppo impegnativo se non quasi impossibile.
A questa “strada” si oppone un modello - più vicino a quello orientale - dove l’uomo cerca il distacco dalle cose terrene e affonda sempre più nella ricerca di sé stesso, nella meditazione, nel silenzio. Questa “strada” mi affascina e mi viene da pensare che abbia molto da insegnare al modello occidentale.
Eppure – e non mi è chiaro se è per un mio limite di comprensione o se per una mia percezione ulteriore – mi sembra di cogliere un limite di quella che è una filosofia di vita che può comunque rappresentare una valida alternativa al modello in cui siamo immersi.
Infatti la mia percezione è che il distacco dalle cose materiali sia associato ad un distacco dalle emozioni intese come limite per la liberazione di sé stessi. Ed in effetti il modello orientale ci mostra un uomo saggio, sapiente, che arriva a controllare il proprio corpo in maniera direi quasi leggendaria e con esso le proprie emozioni.
Ma non esiste forse una forza dell’universo – positiva – proprio nelle emozioni? Non si rischia di tagliare via una fetta della forza viva del mondo che, tutto sommato ha permesso al mondo stesso una sua evoluzione, buona o brutta che sia?
Mi piacerebbe allora che esistesse una terza strada, una via che permetta di vivere intensamente, con la stessa passionalità che si può provare nei momenti di gioie più intense ma non legata ad oggetti, a successi o a cose che fuoriescono da noi.
Voglio dire che ci sono momenti in cui viviamo intensamente una gioia o comunque un emozione intensa “autentica” cioè nel momento in cui percepiamo che questa gioia viene da dentro di noi. A me può accadere – in questo periodo - magari in un momento con mia figlia, in un paesaggio, in una musica… ad ognuno di noi puà accadere in circostanze diverse.
Una di queste è quella che ora, in maniera probabilmente provvisoria, mi piace chiamare la “terza strada”.
Infatti si ha la percezione che la via sulla quale un po’ tutti (occidentali) siamo incanalati è una via che tende a svalutare l’interiorità dell’uomo. Possiamo chiamarlo consumismo, materialismo, americanismo, quello che ci pare, però intanto la percezione che si ha è che l’uomo ha sempre meno tempo da dedicare alla propria interiorizzazione e, conseguentemente, alla propria spiritualità (intesa in senso largo) ovvero al proprio “spessore”. E’ stordito e trascinato via dal vortice di ansie generate dall’ambiente che lo circonda e dal quale sfuggire è forse troppo impegnativo se non quasi impossibile.
A questa “strada” si oppone un modello - più vicino a quello orientale - dove l’uomo cerca il distacco dalle cose terrene e affonda sempre più nella ricerca di sé stesso, nella meditazione, nel silenzio. Questa “strada” mi affascina e mi viene da pensare che abbia molto da insegnare al modello occidentale.
Eppure – e non mi è chiaro se è per un mio limite di comprensione o se per una mia percezione ulteriore – mi sembra di cogliere un limite di quella che è una filosofia di vita che può comunque rappresentare una valida alternativa al modello in cui siamo immersi.
Infatti la mia percezione è che il distacco dalle cose materiali sia associato ad un distacco dalle emozioni intese come limite per la liberazione di sé stessi. Ed in effetti il modello orientale ci mostra un uomo saggio, sapiente, che arriva a controllare il proprio corpo in maniera direi quasi leggendaria e con esso le proprie emozioni.
Ma non esiste forse una forza dell’universo – positiva – proprio nelle emozioni? Non si rischia di tagliare via una fetta della forza viva del mondo che, tutto sommato ha permesso al mondo stesso una sua evoluzione, buona o brutta che sia?
Mi piacerebbe allora che esistesse una terza strada, una via che permetta di vivere intensamente, con la stessa passionalità che si può provare nei momenti di gioie più intense ma non legata ad oggetti, a successi o a cose che fuoriescono da noi.
Voglio dire che ci sono momenti in cui viviamo intensamente una gioia o comunque un emozione intensa “autentica” cioè nel momento in cui percepiamo che questa gioia viene da dentro di noi. A me può accadere – in questo periodo - magari in un momento con mia figlia, in un paesaggio, in una musica… ad ognuno di noi puà accadere in circostanze diverse.
Sarebbe bello se riuscissimo a capire, a percepire e a continuare a vivere la sensazione che la persona, la situazione,l ambiente o l’oggetto che ci è vicino sono solo stati dei mezzi che hanno permesso di far fuoriuscire questo splendore che è dentro di ognuno di noi.
Un nostro lavoro interiore sicuramente è necessario per poter acquisire questa “sensibilità” ma noi siamo solo il terreno da cui sbocciano i semi che sono sotto quando ci sono le condizioni positive.
In questi momenti riusciamo a volte a percepirci come un tutto perché è come se riconoscessimo una radice in comune con quella persona, quella natura, quella situazione, quella musica che ci ha permesso di destare la nostra emozione.
E se fosse così non potremmo sentirci più svincolati dalla presenza fisica di questa o quella persona continuando a desiderarla, ad amarla ma anche ad averla ormai riconosciuta come una parte di noi e per questo ormai indivisibile e imperdibile?