martedì 30 gennaio 2007

La terza strada

Ho approfittato dell’influenza che quest’anno mi ha preso in forma abbastanza pertinace per terminare il libro di Tiziano Terzani “La fine è il mio inizio”. Il libro mi è piaciuto moltissimo. Alcune riflessioni hanno avviato altre considerazioni dentro di me.
Una di queste è quella che ora, in maniera probabilmente provvisoria, mi piace chiamare la “terza strada”.
Infatti si ha la percezione che la via sulla quale un po’ tutti (occidentali) siamo incanalati è una via che tende a svalutare l’interiorità dell’uomo. Possiamo chiamarlo consumismo, materialismo, americanismo, quello che ci pare, però intanto la percezione che si ha è che l’uomo ha sempre meno tempo da dedicare alla propria interiorizzazione e, conseguentemente, alla propria spiritualità (intesa in senso largo) ovvero al proprio “spessore”. E’ stordito e trascinato via dal vortice di ansie generate dall’ambiente che lo circonda e dal quale sfuggire è forse troppo impegnativo se non quasi impossibile.
A questa “strada” si oppone un modello - più vicino a quello orientale - dove l’uomo cerca il distacco dalle cose terrene e affonda sempre più nella ricerca di sé stesso, nella meditazione, nel silenzio. Questa “strada” mi affascina e mi viene da pensare che abbia molto da insegnare al modello occidentale.
Eppure – e non mi è chiaro se è per un mio limite di comprensione o se per una mia percezione ulteriore – mi sembra di cogliere un limite di quella che è una filosofia di vita che può comunque rappresentare una valida alternativa al modello in cui siamo immersi.
Infatti la mia percezione è che il distacco dalle cose materiali sia associato ad un distacco dalle emozioni intese come limite per la liberazione di sé stessi. Ed in effetti il modello orientale ci mostra un uomo saggio, sapiente, che arriva a controllare il proprio corpo in maniera direi quasi leggendaria e con esso le proprie emozioni.
Ma non esiste forse una forza dell’universo – positiva – proprio nelle emozioni? Non si rischia di tagliare via una fetta della forza viva del mondo che, tutto sommato ha permesso al mondo stesso una sua evoluzione, buona o brutta che sia?
Mi piacerebbe allora che esistesse una terza strada, una via che permetta di vivere intensamente, con la stessa passionalità che si può provare nei momenti di gioie più intense ma non legata ad oggetti, a successi o a cose che fuoriescono da noi.
Voglio dire che ci sono momenti in cui viviamo intensamente una gioia o comunque un emozione intensa “autentica” cioè nel momento in cui percepiamo che questa gioia viene da dentro di noi. A me può accadere – in questo periodo - magari in un momento con mia figlia, in un paesaggio, in una musica… ad ognuno di noi puà accadere in circostanze diverse.
Sarebbe bello se riuscissimo a capire, a percepire e a continuare a vivere la sensazione che la persona, la situazione,l ambiente o l’oggetto che ci è vicino sono solo stati dei mezzi che hanno permesso di far fuoriuscire questo splendore che è dentro di ognuno di noi.
Un nostro lavoro interiore sicuramente è necessario per poter acquisire questa “sensibilità” ma noi siamo solo il terreno da cui sbocciano i semi che sono sotto quando ci sono le condizioni positive.
In questi momenti riusciamo a volte a percepirci come un tutto perché è come se riconoscessimo una radice in comune con quella persona, quella natura, quella situazione, quella musica che ci ha permesso di destare la nostra emozione.
E se fosse così non potremmo sentirci più svincolati dalla presenza fisica di questa o quella persona continuando a desiderarla, ad amarla ma anche ad averla ormai riconosciuta come una parte di noi e per questo ormai indivisibile e imperdibile?

venerdì 12 gennaio 2007

L’infinito e l’infinitesimo…

A volte sembra che scrivere non sia altro che riportare appiattito su un foglio quello che dentro di noi ha degli spessori e delle profondità che si riescono solo a proiettare.
El’unica cosa che è in grado di restituire il volume delle forme originarie è l’intuizione che ci appartiene.
E’ un po’ come una proiezione di un geometra che rappresenta su una carta le viste di una casa. Ma la casa deve essere ricostruita solo dalla capacità dell’architetto di visualizzarla nella propria mente. Forse non visualizza la stessa cosa, anzi sicuramente…però è l’unico mezzo che hanno entrambi di comunicare. E man mano che ci prendono gusto possono magari anche riuscire a rendere sempre più efficace questa comunicazione.
Ma oggi non volevo parlare di questo.
Volevo parlare di due infiniti.
La matematica e la geometria ci insegnano molte cose, anch’esse però spesso appiattite sulla carta.
Ma se si riesce a restituire loro il volume originario allora diventano delle costruzioni fantastiche.
Ci insegnano che esistono due casi principali in cui entra in gioco il segno di infinito, l’otto rovesciato…
Un primo caso è quando una funzione si allontana così tanto che si intuisce tenda d un punto che non sarà mai raggiungibile. L’infinito per l’appunto.
Un altro caso è quando una funzione si avvicina sempre di più allo zero senza mai raggiungerlo. E procede diminuendo sempre la sua distanza ma non raggiungendo mai lo zero. Ovvero rimane sempre qualcosa, sempre più piccolo che può essere a sua volta ripartito in parti più piccole. Linfinitesimo è ciò a cui tende.
La cosa interessante è che ci sono operazioni perfettamente corrispondenti tra i due modelli di infinito: l’infintamente grande e l’infinitamente piccolo
Mi piace fare alcune ipotesi di analogia.
L’infinitamente grande è facile da immaginare: è tutto ciò che l’uomo ha sempre visto al di fuori della sua persona, prima la terra emersa, poi i cieli, lo spazio e poi, man mano che sono aumentate la capacità di esplorazione dell’ambiente circostante questo infinito si è sempre più espanso e la nostra immaginazione ci ha permesso di allocare nell’infinto tutto ciò che noi non sappiamo spiegare. Persino gli dei erano prima nell’Olimpo e poi “nei cieli”.
E non ha caso conosciamo bene la dizione: “Padre nostro che sei nei cieli…”
Una caratteristica che comunque la mente umana può – almeno in parte – immaginare è che procedendo in una direzione oltre le nuvole, il cielo, il sistema solare e via dicendo non c’è fine. Non importa se poi la fisica e gli ultimi sviluppi dell’astronomia ci possano spiegare tante altre belle cose sui vari universi. Per noi – persone comuni – l’universo è infinito e dobbiamo accettare l’idea che si procede in una direzione e non si finisce più…Questo è per noi l’infinito. Un po’ ridotto ai minimi termini, ma è il “nostro” infinito.
Ora immaginiamo l’infinitesimo.
Ma non come tutti possiamo pensare all’atomo, l’elettrone e via dicendo…
Prendiamo un’altra direzione: non verso i cieli ma dentro di noi.
Riusciamo a percepire che anche lì c’è un infinito?
Che le stesse identiche operazioni che compiamo verso l’esterno possono essere fatte verso l’interno?
Non è facile perché è più facile pensare a noi come un’entità finita.
Se una freccia ci colpisse attraverserebbe il nostro corpo da una parte all’altra. Senza problemi. Se invece la freccia la lanciassimo verso il cielo come una navicella spaziale non avremmo la percezione che tornerebbe anoi.
Ma – anche qui – la fisica un pochino ci suggerisce che poi il +infinito e il –infinito coincidono, che lo spazio è sferico…tutte queste cose che ci sembrano sempre fantascienza e su cui si appoggiano suggestivi film. E che sono estremamente corrette.
Allora qui dovremmo veramente fare un grosso sforzo per capire che il finito e l’infinito dipendono solo dal punto di riferimento e così lo sferico e il complementare dello sferico.
La geometria ci insegna che a secondo del punto di riferimento una sfera può essere rappresentata come un piano e viceversa. Usando le coordinate sferiche per esempio. Abbiamo mai visto quei bei mappamondi dove invece della terra c’è il cielo stellato?
Allora…c’è qualcosa che ci suggerisce che potrebbe succedere veramente il contrario: così come è facile immaginare una sfera dentro ad uno spazio infinito (la terra, per esempio nell’universo). Potremmo immaginare un’animazione che lentamente deforma questa sfera e lo spazio che la avvolge diventare finito. E sferico. E la sfera diventa lo spazio e diventa infinta.
In questo modo noi diventiamo infiniti. O, se vogliamo osare un po’ di più, siamo parte di quell’infinito
E magari un Dio, comunque lo vogliamo intendere, è dentro di noi, non fuori.
E se noi siamo infiniti, tutte le azioni, le scelte, le emozioni, la nostra vita….tutto proviene da un infinito.

Che non ci potrà abbandonare mai.