Ieri tornavo per lavoro da Pisa con il treno delle 19. Avevo come al solito il biglietto di 1^ classe e la prenotazione per un posto vicino al finestrino. Quando prenoto, scelgo rigorosamente posti vicino al finestrino: per me è quasi essenziale questo collegamento con l’ambiente circostante e poi adoro il paesaggio in generale.
Però il mio posto apparteneva ad un gruppo di quattro i cui restanti tre erano già occupati da un gruppo di persone abbastanza piene di bagagli. Ho deciso così di spostarmi verso un posto libero più avanti.
Però il mio posto apparteneva ad un gruppo di quattro i cui restanti tre erano già occupati da un gruppo di persone abbastanza piene di bagagli. Ho deciso così di spostarmi verso un posto libero più avanti.
Anche questo posto era al finestrino, ma dalla parte opposta della corsia così che aveva solo un posto - vuoto anch’esso- di fronte.
Ho trafficato un bel po’ con il tavolino che si era inceppato e alla fine sono riuscito a tirarlo fuori con discreta fatica. Ho posato il portatile sopra, ho inserito le cuffie, e mi sono preparato alla visione di un film:“The Game”.
Senza l’alimentazione, la batteria del mio portatile avrebbe resistito per un’ora e mezza…più o meno…, le altre due ore ero scoperto. Pazienza…avevo la “Settimana Enigmistica”..
“E’ libero?”
Una ragazza molto giovane , leggermente trafelata. Con un po’ di bagagli al seguito.
“Prego” ho risposto con un tono un po’ troppo ossequioso che tradiva (magari solo per me) la mia soddisfazione.
Lei ha sorriso e ha cominciato a posare i vari oggetti che portava con sé. Si è seduta sopra ad una busta e ad “alta voce” ha detto “l’ho schiacciata!”.
“Mannaggia!” ho risposto sorridendo.
Il film stava per cominciare sul mio PC dopo varie operazioni di caricamento del file, ma ho deciso di posticipare la visione. Ho richiuso il monitor e mi sono messo a fare la Settimana enigmistica. La ragazza ha cominciato a fare un po’ di telefonate con il suo cellulare ed ha posato degli appunti sul tavolino. Per me era impossibile non seguire totalmente la sua conversazione anche perché ero incredibilmente orientato con l’attenzione verso di lei come un ago di una bussola che, seppure distolto delle scosse che riceve, ritorna imperterrito ad allinearsi verso il nord.
Parlava con persone di cui aveva trovato il numero di telefono da qualche parte relativamente a testi universitari che probabilmente doveva comprare usati oppure voleva cambiare.
Senza l’alimentazione, la batteria del mio portatile avrebbe resistito per un’ora e mezza…più o meno…, le altre due ore ero scoperto. Pazienza…avevo la “Settimana Enigmistica”..
“E’ libero?”
Una ragazza molto giovane , leggermente trafelata. Con un po’ di bagagli al seguito.
“Prego” ho risposto con un tono un po’ troppo ossequioso che tradiva (magari solo per me) la mia soddisfazione.
Lei ha sorriso e ha cominciato a posare i vari oggetti che portava con sé. Si è seduta sopra ad una busta e ad “alta voce” ha detto “l’ho schiacciata!”.
“Mannaggia!” ho risposto sorridendo.
Il film stava per cominciare sul mio PC dopo varie operazioni di caricamento del file, ma ho deciso di posticipare la visione. Ho richiuso il monitor e mi sono messo a fare la Settimana enigmistica. La ragazza ha cominciato a fare un po’ di telefonate con il suo cellulare ed ha posato degli appunti sul tavolino. Per me era impossibile non seguire totalmente la sua conversazione anche perché ero incredibilmente orientato con l’attenzione verso di lei come un ago di una bussola che, seppure distolto delle scosse che riceve, ritorna imperterrito ad allinearsi verso il nord.
Parlava con persone di cui aveva trovato il numero di telefono da qualche parte relativamente a testi universitari che probabilmente doveva comprare usati oppure voleva cambiare.
Si chiamava Simona.
Aveva un forte accento toscano e tutta la sua aria sprizzava una caratteristica che sembra difficile poter racchiudere in una parola: ma era spontaneità.
Aveva i capelli abbastanza corti e gli occhi leggermente affusolati. Non era truccata o forse lo era in maniera impercettibile. I lineamenti semplici: non era bella ma graziosa.
Vestiva una t-shirt un po’ sfiziosa con dei laccetti metallici di colore arancione e verde, dei pantaloni sportivi di tela leggera verde militare e delle scarpe da ginnastica ugualmente verde e arancione. Ero attratto da quell’accostamento deciso e armonioso e ho notato come – chissà perché – perfino la penna bicolore che usava nel prendere appunti aveva gli stessi colori..
Dopo queste telefonate ha preso a studiare degli appunti che aveva su un quadernone. Non capivo se si trattava di chimica, analisi o cos’altro ma c'erano binomi ed esponenti che mi suonavano familiari.
Intrecciavamo a volte gli sguardi e accennavamo a dei sorrisi, subito ritratti: che strano gioco! A volte la osservavo riflessa sul vetro del finestrino ma lei riusciva a percepire la mia intenzione e io distoglievo lo sguardo intimidito.
Avevo l’impressione che trasudavamo entrambi una voglia di parlare ma le parole rimanevano quasi soffocate leggermente sotto un invisibile strato. Mancava un pretesto? Forse anche se ci fosse stato la conversazione poteva comunque affogare.
Vestiva una t-shirt un po’ sfiziosa con dei laccetti metallici di colore arancione e verde, dei pantaloni sportivi di tela leggera verde militare e delle scarpe da ginnastica ugualmente verde e arancione. Ero attratto da quell’accostamento deciso e armonioso e ho notato come – chissà perché – perfino la penna bicolore che usava nel prendere appunti aveva gli stessi colori..
Dopo queste telefonate ha preso a studiare degli appunti che aveva su un quadernone. Non capivo se si trattava di chimica, analisi o cos’altro ma c'erano binomi ed esponenti che mi suonavano familiari.
Intrecciavamo a volte gli sguardi e accennavamo a dei sorrisi, subito ritratti: che strano gioco! A volte la osservavo riflessa sul vetro del finestrino ma lei riusciva a percepire la mia intenzione e io distoglievo lo sguardo intimidito.
Avevo l’impressione che trasudavamo entrambi una voglia di parlare ma le parole rimanevano quasi soffocate leggermente sotto un invisibile strato. Mancava un pretesto? Forse anche se ci fosse stato la conversazione poteva comunque affogare.
Mancava piuttosto qualcosa che facesse emergere le parole al di sopra del pelo dell’acqua.
Anzi sembrava ora che il tacere fosse la vera forzatura.
Sapevo che c’era per me il rischio più che reale di poter soffrire dopo di quella sensazione di incomunicabilità (sono fatto così…) ma per fortuna sentivo che le parole che mancavano stavano lentamente risalendo e forse affiorando.
E il pretesto è arrivato: ha messo via il quadernone rassegnata dal fatto che non riusciva a capire un passaggio.
“A quest’ora è troppo difficile” ho esordito io senza grande sforzo.
E da lì è partita la conversazione, semplicissima. Mi sentivo molto libero, nel parlare con lei non dovevo forzare aspetti particolari di me. Era iscritta al primo anno di ingegneria , abitava a Grosseto, faceva ancora su e giù da Pisa, cercava una sistemazione lì.
E il pretesto è arrivato: ha messo via il quadernone rassegnata dal fatto che non riusciva a capire un passaggio.
“A quest’ora è troppo difficile” ho esordito io senza grande sforzo.
E da lì è partita la conversazione, semplicissima. Mi sentivo molto libero, nel parlare con lei non dovevo forzare aspetti particolari di me. Era iscritta al primo anno di ingegneria , abitava a Grosseto, faceva ancora su e giù da Pisa, cercava una sistemazione lì.
Parlavo pochissimo di me, ho detto solo che ero ingegnere e che lavoravo nel settore informatico da qualche anno.
Per il resto era lei a raccontarmi di sé. A volte il suo approccio poteva apparire quasi superficiale ma poi mi sono accorto che in realtà ciò era dovuto al fatto che nel parlare seguiva i suoi pensieri con estrema libertà e anzi apprezzavo questa sua schiettezza genuina.
E’ curioso e divertente pensare come la sua estrema semplicità fosse probabilmente la particolarità che mi attraeva di più.
Abbiamo parlato quasi sempre di lei, dell’università di Pisa, del fatto che ancora non aveva preso la patente, del padre che faceva il macchinista di treni… Poi è scesa a Grosseto e mi ha salutato allegramente dandomi la mano, io le ho augurato buona fortuna.
Abbiamo parlato quasi sempre di lei, dell’università di Pisa, del fatto che ancora non aveva preso la patente, del padre che faceva il macchinista di treni… Poi è scesa a Grosseto e mi ha salutato allegramente dandomi la mano, io le ho augurato buona fortuna.
Avevamo condiviso con piacere un’ora insieme e sono rimasto con la sensazione di aver scambiato qualcos’altro al di sotto della nostra comunicazione....
Ma non so bene cosa…